MONUMENTI E ARCHEOLOGIA
TEATRO GRECO-ROMANO
“Se qualcuno dovesse passare un solo giorno in Sicilia e chiedesse <cosa bisogna vedere?>, risponderei senza esitazione: <Taormina>. E’ soltanto un passaggio, ma un paesaggio in cui si trova tutto ciò che sembra creato sulla terra per sedurre gli occhi, la mente e la fantasia. Il villaggio è aggrappato ad una grande montagna, come fosse rotolato giù dalla cima, noi lo attraversiamo appena,... per andare al Teatro Greco e vedere il tramonto…” (tratto da un Diario di Viaggio, di Guy De Maupassant ).
In prossimità dell’agorà, nella parte orientale dell’antica Tauromenion, alla sommità del promontorio del Tauro, a perpendicolo sul mare, tra superbe rocce marmoree, giace rovesciato e distrutto il monumentale Teatro greco-romano. A stare seduti e guardare, dall’alto dei ruderi, l’occhio rimane incantato dal magico paesaggio che si scopre d’innanzi. Tutto quello che poeti e pittori avrebbero voluto raccontare e dipingere in un paesaggio immaginario, eccolo lì, superbo e maestoso, fatto con un sol colpo di pennello, dal più grande e perfetto dipintore, dalla stessa natura. Ai vostri piedi, riverso e smantellato, il maestoso teatro, pieno di rottami di colonne, di cornici, di archi infranti, di volte rovesciate: uno scheletro gigante che testimonia una grandezza, di cui appena avanza la memoria.
L’Etna in fondo, lontana, mollemente adagiata, tocca, con la testa coronata di fumo e di nubi, la volta del cielo e come una voluttuosa odalisca in un morbido tappeto, essa scopre il fianco in tutta la sua enorme distesa e meravigliosa bellezza. L’occhio si mette ora a contemplare i particolari del panorama, e vi scopre la rocca custodita dal castello del britannico Guiscardo, e più giù la pianta di Taormina che, tra i suoi colli e l’Etna sullo sfondo, ha l’aspetto della valle di Giosafat. Ancora più giù, una lingua di terra verde cupo si protende nel mare, è la penisola di Schisò, dove secoli addietro fioriva la vecchia Nasso, prima colonia greca di Sicilia. Sembra ancora di vederli quei legni greci che qui portarono arte, poesia, filosofia, matematica, dando il seme a Timeo, Andromaco, Dionisio, Empedocle, Gorgia, Archimede e tanti altri. Sembra di vedere i stanchi rematori che, giunti da un mare lontano, attraversate le calcaree rocce dei faraglioni, vestite di vento e d’argento, venivano accecati dalla maestosità dell’Etna, ed increduli di tanta beltà, guadagnavano ansiosi la riva, certi di aver trovato la loro terra. Non v’è altro sito da cui possa godersi un così bello ed ampio panorama.
“E’ soltanto un passaggio, ma un paesaggio in cui si trova tutto ciò che sembra creato sulla terra per sedurre gli occhi, la mente e la fantasia.”
Introduzione
La visita al Teatro Antico Greco-Romano di Taormina è una delle più emozionanti escursioni archeologiche e paesaggistiche che essere umano potrà mai fare nel corso della sua vita. Storditi dalla singolare scenografia naturale del sito, l’attenzione poco si ferma sull’importanza archeologica del teatro antico, meraviglia di estetica ed armonia musicale.
I molteplici interventi architettonici, su preesistente sito greco, ha reso la “lettura “ del Teatro di difficile interpretazione. Sappiamo con certezza che esso risponde ai concetti musicali del filosofo e musicista Aristosseno da Taranto, allievo di Aristotele, e che tutto l’edificio teatrale può essere letto in chiave matematico-geometrica perché rispondente ai dettami dell’estetica Vitruviana. Il Teatro, costruito in epoca Ellenistica, terzo secolo a.c., forse sotto il governo di Gerone II di Siracusa, subì un primo funzionale rimaneggiamento in epoca repubblicana.
Con Adriano imperatore, il Teatro venne rivisitato conformandolo alle nuove esigenze della classe dirigente, con una radicale e colossale trasformazione che manifestava tutta la potenza della Roma imperiale. Infine, nel III secolo d.c., il Teatro subisce una trasformazione funzionale importante, con la soppressione del pulpitum, ossia del palcoscenico ed altri interventi strutturali sull’orchestra per trasformarla in arena, ed accogliere così le spettacolari lotte tra fiere e gladiatori. In questo antico edificio teatrale, con il mondo greco si rappresentavano le tragedie di Eschilo, Sofocle, di Euripide, le commedie di Epicarmo e di Cratino, poi con i romani, forse si rappresentò Plauto e Terenzio, come attesterebbero le maschere conservate nel piccolo museo del teatro; poi da centro intellettuale ed educativo si trasformò, sotto l’Impero di Severio, in luogo di divertimento ludico: l’impero Romano si stava avviando verso la sua fase di decadenza.
Video realizzato da: videoibam La ricostruzione virtuale del monumento è stata realizzata dal team ITLab IBAM CNR (coordinato dall’Arch. F. Gabellone), in occasione del G7 2017.
Cavea
La cavea ha mantenuto la forma a ferro di cavallo, con due ali esterne prolungate verso la scena. Era costituita da nove cunei e otto scale (scalaria), di cui due poste lungo gli analemmata.
Era probabilmente suddivisa orizzontalmente in due sezioni (maeniana) da un ambulacro intermedio (praecinctiones). Sull’asse di simmetria è mantenuto il cuneo centrale secondo la maniera greca. La parte superiore chiudeva con un emiciclo di coronamento, costituito da una doppia galleria porticata (porticus in summa cavea) occupata da gradinate di legno. Sul fronte interno verso la cavea, si aprono otto ingressi (vomitoria) in corrispondenza delle scalette, che consentono l’accesso alla cavea.
La cavea, addossata nell’insellatura naturale, conserva in parte pochi sedili in pietra calcarea, quali elementi originali dell’impianto greco, con l’alzata leggermente inclinata, lo spazio per la seduta e quello per i piedi dello spettatore della fila soprastante. Tali ordini di sedili poggiavano in parte su porzioni di roccia affiorante, con gli intagli per la loro posa. Sulla sommità della cavea, l’emiciclo di coronamento è interamente realizzato in opera laterizia (opus latericium). La galleria interna con volte a crociera, conserva il paramento delle lunette e si apriva sulla cavea con un colonnato in marmo, poggiante su un basamento decorato con 36 nicchie, concluse alternativamente con arco e con timpano. Il portico esterno dell’emiciclo è costituito da grossi pilastri quadrangolari, anch’esso con paramento in mattoni, era coperto da una volta a botta anulare, realizzata in opera cementizia (opus cementicium) con conglomerato di pietrame comune all’imposta e pomice nera nei due terzi medi; l’imposta è sottolineata con una cornice di tre mattoni. Nel portico esterno si conservano le soglie d’accesso in laterizio segnate da solchi diagonali, fatti ad umido, che li dividono in quattro triangoli; questi erano impiegati, spezzati a secco, nel rivestimento dei paramenti murari (bessali e sesquipedali). Il muro della cavea presenta quattro nicchie per cuneo, con volte a tutto sesto, di cui la funzione oltre che decorativa corrisponde ai concetti armonici del filosofo e musicista Aristosseno da Taranto; le nicchie infatti permettevano la distribuzione dei toni sulla linea del muro, permettendo una successione tonale. Il dimensionamento delle nicchie evidentemente seguiva concettualità armonica regolata da precisi calcoli matematici ed impostazioni geometriche.
Orchestra
L’orchestra (conistra), a ferro di cavallo, si allunga con due lati rettilinei fino alla scena. La circonferenza che iscrive l’orchestra viene secata dal fronte della scena ad un terzo del raggio.
Sull’asse di simmetria centrale si dispone il corridoio sotterraneo proveniente dall’edificio scenico. Agli estremi del criptoportico era l’accesso nell’orchestra, tramite le due grandi aule (versurae), che fiancheggiavano ai lati l’edifico scenico teatrale.
In età tardo imperiale, per consentire la trasformazione in arena per i combattimenti dei gladiatori ed ampliare lo spazio fino all’edifico scenico, è stato soppresso il palcoscenico (pulpitum) e sono stati asportati i primi ordini di sedute della cavea. L’orchestra è stata quindi perimetrata da un criptoportico (criptoporticus) coperto con volta a botte e chiuso da alto parapetto per proteggere gli spettatori. Il pavimento è in terra battuta. Ben visibile il corridoio sotterraneo che attraversa al centro l’edifico scenico e conduce alla fossa carontea, dove si presume che scenograficamente avvenissero le apparizioni dall’oltretomba. In seguito la fossa è stata divisa in due bracci trasversali, forse per consentire spettacoli di naumachie.
Scena
L’edificio, a pianta rettangolare, con piccoli parascenia (paraskenia) è composto dal fronte scena (scaenae frons), che si sviluppa su un alto podio (podium), due grandi aule ai lati esterni (versurae) e tre passaggi che conducono sul retro della scena, dove troviamo un ambiente allungato (skene) chiuso da un portico con pilastri quadrangolari (porticus post scaenam). Secondo alcune ipotesi ricostruttive, l’imponente prospetto rettilineo del fronte scena era probabilmente costituito da tre ordini ornati plasticamente da nicchie, statue e colonne corinzie, sorreggenti gli architravi. Parzialmente conservato rimane l’ordine inferiore, sul podio addossato alla parte inferiore della scena, con tre grandi fornici (ingressi), due laterali fiancheggiati da nicchie (valvae hospitales) ed uno centrale (valva regia) ormai del tutto crollato.
Il fronte della ricca scena era decorato con colonne e trabeazioni in marmo ( granito, cipollino, proconnesio, pavonazzetto, breccia di Sciro e di Taormina), e privato del palcoscenico, in seguito all’ampliamento dell’orchestra, manteneva soltanto il ruolo di prospetto monumentale e decorativo. Ai lati dell’edificio fiancheggiano le due grandi aule, costruite successivamente alle più antiche strutture delle parodoi, quali elementi di collegamento e cerniera costruttiva, fra la cavea e la scena; tali ambienti presentano delle ampie volte a sesto leggermente rialzato ed all’esterno una copertura a terrazzo. Lungo le pareti di entrambe le aule, si snodano delle lunghe scalinate, scavate nella roccia, che conducono alla parte della cavea in sommità.
Nella grande aula occidentale si conservano alcune lapidi e tre sedili con iscrizioni, appartenente alle gradinate della cavea. Rocchi di colonne e cornici di vario tipo sono adagiate sul pavimento del portico interno dell’emiciclo superiore, nella sala orientale e lungo il percorso esterno posteriormente all’edificio scenico. Alcune porzioni di cornici del fronte scena, di epoca traiano-adrianea, sono collocate nel muro esterno e nei pressi dell’ingresso della grande aula occidentale, altri elementi sono inseriti nella compagine muraria nel lato posteriore dell’edificio scenico.


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