LA SICILIA DA VISITARE
AGRIGENTO - ESCURSIONE NELLA VALLE DEI TEMPLI
La Storia
Fondata nel 581 a.C. dai coloni Rodii e Cretesi della vicina Gela, Akragas divenne in breve tempo una delle più importanti città della Magna Grecia, in Sicilia seconda solo a Siracusa. L’area urbana aveva un’ampiezza di 456 ettari ed era circondata da mura di fortificazione con nove porte d’ingresso. La popolazione era di circa 300.000 abitanti ed era considerata “la più bella città dei mortali”. Nel 210 a.C. venne saccheggiata dai Romani e assoggettata all’Impero ma conobbe nei secoli successivi, l’invasione e la riedificazione da parte degli Arabi che la ricostruirono sulla cima della collina in cui oggi si ammira il centro storico caratterizzato appunto dalla tipica conformazione araba, con le sue piccole viuzze e cortili che convergono verso la Via Atenea, che è da considerare anche oggi la più importante arteria della città. La via Atenea da Porta di Ponte, attraversa interamente il centro storico e su di essa si affacciano bellissimi palazzi e numerose chiese frutto di stili di costruzione a volte totalmente diversi tra loro che contengono all’interno dei veri e propri tesori di arte sacra molto spesso sconosciuti al grande pubblico. Tra questi, all’interno delle chiese, si possono visionare numerose opere del Serpotta e del Gagini. Caratteristiche e pregevoli le chiese dell’Addolorata e di San Francesco di Paola, ubicate nel popolare quartiere Rabato, di San Giuseppe, San Domenico, dell’Itria o Sant’Alfonso, dell’Immacolata e di S.Maria dei Greci costruita sui resti di un tempio greco. Nel cuore vecchio della città esistono ancora piccole osterie dove si mesce il vino e si servono sarde salate ed olive schiacciate. Oggi Agrigento si estende su una superficie di 245 Kmq a 230 metri dal livello del mare e conta 55.424 abitanti.
La Valle dei Templi
Un sito archeologico risalente al periodo della Magna Grecia, ubicato ad Agrigento, in Sicilia. Dal 1997 è stata inserita nella lista dei luoghi Patrimonio mondiale dell’umanità, redatta dall’UNESCO. È considerata un’ambita meta turistica, oltre alla più elevata fonte di turismo per l’intera città di Agrigento e una delle principali di tutta la Sicilia. Il parco della Valle dei Templi è considerato il parco archeologico più grande del mondo (ca. 1300 ettari).
Museo archeologico regionale di Agrigento
Indirizzo : Contrada San Nicola 12
Provincia : Agrigento Comune : Agrigento
MUSEO Tel : 0922 401565 - fax 092220014
VALLE DEI TEMPLI Tel : 0922 621622/20
Orari ingresso : Da lunedì a sabato 9,00-19,30; Giorni festivi e domeniche: 9,00-13,30. (Ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura). Biglietto cumulativo Museo-Parco Archeologico e Paesaggistico Valle dei Templi: singolo € 13,50, ridotto € 7,00.
Biglietto singolo intero : € 8,00
Biglietto singolo ridotto: € 4,00
Note: Nuovo indirizzo e-mail: [email protected]
Sull’altro lato della strada che imbocca la Porta Aurea si stende una vasta spianata, dominata dal gigantesco campo dell’Olympeion. Da un punto di vista topografico generale, il complesso, in rovina, appare virtualmente racchiuso tra una grande platea a nord, da uno stenopòs ad est, e da due isolati con relativi stenopoi ad ovest, mentre a sud corre la linea delle mura.
È invece poco chiara la situazione ad est, oltre il grande altare del tempio, dove viene comunemente indicata la “zona dell’agorà” e dove si colloca un vasto parcheggio moderno, così come non definite bene sono le pertinenze occidentali del santuario, tra gli isolati d’abitazione e il colossale tempio. Ad ovest di questi isolati d’abitazione, racchiuso da una stoà a L, si trova un altro santuario, di cui restano un piazzale lastricato, una sacello di pianta complessa e una tholos. Questo santuario posa su di uno sprone, ad est di un’ulteriore porta urbica, la V, sul cui altro lato si collocano in successione, fino al limite sud-occidentale della Collina dei Templi, il santuario delle divinità ctonie scavato dal Marconi, il nuovo santuario arcaico esplorato dal Del Miro, la cosiddetta colimbetra (dove si deve collocare un’altra porta ancora sconosciuta), e la punta estrema col tempio di Vulcano.
Il tempio di Giunone, noto anche come tempio di Hera Lacinia, è un tempio greco sito nella Valle dei Templi di Agrigento.
Edificato su di uno sperone del rialzo in gran parte costruito artificialmente, è un tempio dorico del 450 a.C. circa (m 38,15×16,90), periptero di 6×13 colonne, con pronao e opistodomo in antis, scale per l’ispezione del tetto e krepidoma (basamento della colonna) di quattro gradini.
Se ne conservano (con anastilosi proseguite dal Settecento ad oggi) il colonnato settentrionale con l’epistilio e parte del fregio, e solo in parte gli altri tre, con pochi elementi della cella. L’edificio, recante i segni dell’incendio del 406 a.C., è stato restaurato in età romana, con la sostituzione delle tegole fittili con quelle marmoree e con l’aggiunta del piano inclinato alla fronte orientale. Davanti a quest’ultimo lato ci sono notevoli resti dell’altare. Percorrendo la strada verso ovest, si possono vedere gli arcosoli scavati nella roccia all’interno delle mura, attribuiti con altri ipogei circostanti ad età bizantina, che appartengono alla vasta area cimiteriale collegata con la chiesa dei Santi Pietro e Paolo realizzata sul finire del VI secolo dal vescovo Gregorio all’interno del tempio della Concordia.
Questo tempio, costruito come quello di Hera su di un massiccio basamento destinato a superare i dislivelli del terreno roccioso, per lo stato di conservazione è considerato uno degli edifici sacri d’epoca classica più notevoli del mondo greco (440 a.C.-430 a.C.).
Su di un krepidoma di quattro gradini (m 39,44×16,91) si erge la conservatissima peristasi di 6×13 colonne, caratterizzate da venti scanalature e armoniosa entasi (curvatura della sezione verticale), sormontata da epistilio, fregio di triglifi e metope e cornice a mutuli; conservati sono anche in maniera integrale i timpani. Alla cella, preceduta da pronao in antis (come l’opistodomo) si accede attraverso un gradino; ben conservati sono i piloni con le scale d’accesso al tetto e, sulla sommità delle pareti della cella e nei blocchi della trabeazione della peristasi, gli incassi per la travatura lignea di copertura. L’esterno e l’interno del tempio erano rivestiti di stucco con la necessaria policromia.
La sima mostrava gronde con protomi leonine e la copertura prevedeva tegole marmoree. La trasformazione in chiesa cristiana comportò anzitutto un rovesciamento dell’orientamento antico, per cui si abbatté il muro di fondo della cella, si chiusero gli intercolunni e si praticarono dodici aperture arcuate nelle pareti della cella, così da costituire le tre navate canoniche, le due laterali nella peristasi e quella centrale coincidente con la cella. Distrutto poi l’altare d’epoca classica e sistemate negli angoli a est le sacrestie, l’edificio divenne organismo basilicale virtualmente perfetto. Le fosse scavate all’interno e all’esterno della chiesa si riferiscono a sepolture alto-medievali, secondo la consuetudine collocate in stretto rapporto con la basilica.
Ritornati sul ciglio della Collina dei Templi, sullo sprone roccioso orientale della Porta Aurea, dopo un sacello arcaico, detto di Villa Aurea (m 31,55×10,55), originariamente decorato con belle decorazioni architettoniche, è posto il tempio di Ercole, attribuzione anche questa umanistica, basata sulla menzione ciceroniana (Verrine, II 4,94) di un tempio dedicato all’eroe non longe a foro: che l’agorà di Akragas sorgesse in questo posto è però – come si è visto – tutt’altro che dimostrato.
La cronologia tradizionale del tempio (ultimi anni del VI secolo a.C.), basata sui caratteri stilistici e soprattutto su proporzioni, numero delle colonne, profilo della colonna e del capitello, appare pienamente giustificata, ma non è improbabile che questo tempio sia il primo riconducibile all’attività teroniana, poiché rappresenta un’innovazione rispetto alla prassi architettonica del VI secolo a.C.
Anche la trabeazione costituisce un problema, poiché conosciamo due tipi di sime laterali con gronda a testa leonina, una prima – meno conservata dell’altra – databile al 470-60 a.C. e una seconda della metà circa del V secolo a.C.: la soluzione più logica sembra essere che la prima gronda sia quell’originaria, e la seconda una sostituzione di pochi decenni più tarda (per motivi a noi sconosciuti), e che dunque il tempio si dati, nella sua fondazione, agli anni anteriori alla battaglia di Himera; il completamento sarebbe da collocare un decennio dopo, o poco più. Non bisogna dimenticare che, malgrado il carattere topico dell’aneddoto, la versione fornitaci da Polieno (Stratagemmi, VI 51) circa la presa del potere da parte di Terone è strettamente collegata all’attività edilizia per la costruzione di un tempio di Atena voluto dalla città, che può ben essere un nuovo Athenaion sull’acropoli, ma anche un secondo santuario della grande dea poliade agrigentina nella città bassa.
L’edificio, con visibili restauri d’età romana e la cui anastilosi risale a circa sessant’anni or sono, sorge sopra un krepidoma di tre gradini posto su di una sostruzione per i lati nord e ovest, ed è di proporzioni allungate (m 67×25,34), con una peristasi di 6×15 colonne doriche e lunga cella munita di pronao ed opistodomo in antis. Vi si riconosce anche il primo esempio – poi canonico nei templi agrigentini – dei piloni tra pronao e cella con scalette interne per l’ispezione del tetto. Le colonne, molto alte, sono munite di capitelli assai espansi, con profonda gola tra fusto ed echino, tratti questi che denotano, con l’allungamento della cella e l’ampia spaziatura dei colonnati rispetto alla cella, il relativo arcaismo dell’edificio, che è comunque separato da almeno un trentennio dagli altri templi peripteri dorici agrigentini. Sulla fronte orientale sono i resti del grande altare del tempio.
Il complesso dell’ Olympeion s’incentra sul colossale edificio sacro, descritto in termini entusiastici da Diodoro (XIII 81, 1-4) e ricordato da Polibio (IX 27, 9). Oggi il tempio è ridotto ad un campo di rovine dalle distruzioni iniziate già nell’antichità e proseguite fino ad epoca moderna, quando l’edificio venne usato (ancora nel secolo XVIII) come cava di pietra per la realizzazione dei moli di Porto Empedocle.
L’aspetto complessivo del tempio è nelle grandi linee noto, ma sussistono ancora molte controversie su particolari importanti della ricostruzione dell’alzato, cui è dedicata un’intera sala del Museo Nazionale. Il tempio misurava m 112,70×56,30 allo stilobate.
Su di un poderoso basamento, sormontato da un krepidoma di cinque gradini, si collocava il recinto, con sette semicolonne doriche sui lati corti e quattordici sui lati lunghi, collegate fra loro da un muro continuo e alle quali, all’interno, facevano riscontro altrettanti pilastri.
Negl’intercolunni di questa pseudo-peristasi, a metà altezza circa del muro e – sembra – su di una sorta di piedistallo costituito da una cornice continua, posavano dei telamoni alti ben 7,65 metri, che, con le gambe divaricate e le braccia ripiegate dietro la testa, dividevano con le colonne il peso degli architravi della pseudo-peristasi. Dubbi sussistono sulla presenza di finestre, intervallate fra i telamoni e le semicolonne, che si pensa dessero luce all’interno della pesudo-peristasi, tra questa e la cella, se il tempio (che nella parte della cella era certamente ipetrale, ossia scoperto) si presentava invece coperto almeno nello spazio degli pteròmata. La cella era costituita da un muro collegante una serie di dodici pilastri per ciascuno dei lati lunghi, di cui quelli angolari delimitavano gli spazi del pronao e dell’opistodomo, mentre l’ingresso della pseudo-peristasi alla cella stessa era assicurato mediante porte, di numero e di localizzazione incerta, aperte nel muro continuo della pseudo-peristasi. La gigantesca costruzione era interamente realizzata a piccoli blocchi, comprese le colonne, i capitelli, i telamoni e gli architravi, ciò che lascia molte incertezze sull’effettivo sviluppo dell’alzato: per citare alcuni dati certi, oltre alla già ricordata altezza dei telamoni (m 7,65), la trabeazione era alta m 7,48 e il diametro delle colonne era di m 4,30, con scanalature nelle quali – come afferma Diodoro – poteva entrare comodamente un uomo, mentre le colonne dovevano sviluppare un’altezza calcolata tra i 14,50 e i 19,20 m; la superficie copriva un’area di 6340 m2. La descrizione di Diodoro parla di scene della gigantomachia ad est e della guerra di Troia ad ovest. Si è discusso se egli parli di decorazione frontonale o di semplici metope (a Selinunte – ricordiamo – solo le metope del pronao e dell’opistodomo sono decorate), ma la scoperta recente di un attacco tra un torso di guerriero ed una bellissima testa elmata di pieno stile severo (al Museo Nazionale), conferma che il tempio aveva una decorazione marmorea a tutto tondo più compatibile con cavi frontonali che con spazi metopali, di cui si è sempre, in età classica ed ellenistica, avvertita l’originaria funzione di spazio da chiudere, eventualmente dipinto (e la decorazione a rilievo è appunto sostitutiva di quella dipinta). L’Olympeion – afferma Diodoro – rimase incompiuto per la conquista cartaginese: sempre secondo Diodoro, esso era privo di tetto per le continue distruzioni subite dalla città. Di esso restano visibili l’angolo sud-est, due tratti settentrionali della pseudo-peristasi, i piloni del pronao, dell’opistodomo e metà circa del lato nord della cella. Intorno ai resti del basamento si conservano, talora in posizione di caduta, alcune parti dell’alzato, nonché la ricostruzione di un capitello e di un telamone (in calco; l’originale al Museo). Davanti alla fronte orientale è visibile il basamento a pilastri dell’altare, non meno colossale del tempio (m 54,50×17,50). Presso l’angolo sud-est del tempio si conserva un piccolo edificio (m 12,45×5,90) a due navate con profondo pronao, doppia porta d’accesso ed altare (?) antistante, un sacello piuttosto che un thesauros, di cronologia controversa, secondo alcuni d’età ellenistica, ma molto probabilmente arcaico, viste le numerose terrecotte architettoniche di VI secolo a.C., rinvenute nella zona durante gli scavi del Gabrici del 1925. A sud-ovest di questo sacello, lungo la linea delle mura, sono i resti di una stoà del IV secolo a.C., con una vasca intonacata all’estremità orientale e cisterne sulla fronte e alle spalle, da dove proviene materiale votivo d’età timoleontea, mentre resti di un precedente edificio (cui sembrano da riferirsi le cisterne) sono visibili attorno alla cisterna più vicina alle mura.
Pochi metri a nord del Tempio L, un’altra complessa serie di tagli nella roccia e di fondazione costituisce un terzo capitolo della difficile storia dell’area sacra. A nord, subito dopo il tempio L, è la pittoresca rovina ricostruita nella prima metà dell’Ottocento con pezzi di varia epoca rivenuti nella zona e battezzata “tempio dei Dioscuri”. La rovina insiste sull’angolo nord-ovest di un edificio templare misurante m 31×13,39 allo stilobate (i tagli nella roccia misurano m 38,69×16,62), che è ricostruibile come un periptero dorico di 6×13 colonne, della metà circa del V secolo a.C. Il tempio doveva presentare il canonico insieme di cella terminata da pronao ed opistodomo in antis (visibili pochi resti del vespaio delle fondazioni, e i tagli nella roccia); i resti del geison con ricca ornamentazione scolpita messi in opera nella rovina non appartenevano originariamente al tempio. Questo pseudo tempio è comunemente utilizzato a fini turistici e riprodotto in souvenir.
Il tempio è posto al centro della piana di San Gregorio. Si è propensi a ritenere l’identificazione tradizionale come probabile sulla scorta della descrizione di Polibio (I 18, 2), secondo il quale tale tempio doveva trovarsi “davanti alla città”, alla distanza di un miglio, dalla parte verosimilmente opposta alla strada per Eraclea. Tutta la distanza non corrisponde, però, bene all’indicazione polibiana (che potrebbe tuttavia avere carattere generico) e, soprattutto, l’isolamento e la relativa modestia ed antichità (per il culto d’Asclepio) dell’edificio lasciano perplessi sull’identificazione. Nel santuario di Asclepio si conservava una statua bronzea d’Apollo opera di Mirone, donata da Scipione alla città e rubata da Verre (Cicerone, Verrine, II 4, 93). Il piccolo tempio dorico in antis (m 21,7×10,7) sorge su krepidoma di tre gradini e basamento a vespaio più ampio del krepidoma stesso. Particolarità insolita dell’edificio è il falso opistodomo rappresentato da due semicolonne fra ante nella parte esterna del fondo della cella, che vuole così imitare una struttura amfiprostila. Sono note anche parti della trabeazione, con gronde a testa leonina, fregio e geison frontonale.
La data del tempio va forse posta all’ultimo ventennio del V secolo a.C.
Il museo sorge appena fuori dal centro urbano, in contrada San Nicola, con vista panoramica sulla Collina dei Templi, in un’area che è stata recentemente identificata come il sito dell’agorà superiore dell’antica città, nella quale ritroviamo testimonianze di interesse archeologico ed architettonico. La sede museale, realizzata negli anni ’60, nasce da una equilibrata fusione fra i nuovi corpi di fabbrica progettati per il museo e le strutture restaurate e riattate del trecentesco Convento di S. Nicola, dove hanno trovato sede la biblioteca, la sala congressi e l’auditorium. Il museo illustra la storia di Agrigento antica e del territorio storicamente ad essa connesso, dalla preistoria alla fase di ellenizzazione. Le collezioni. Il nucleo più antico proviene dal Museo Civico, nel quale erano confluiti i reperti degli scavi condotti nei primi decenni del nostro secolo. Altro materiale è stato ceduto dai musei archeologici di Palermo e di Siracusa. La parte più rilevante delle collezioni è però costituita dai materiali rinvenuti nelle campagne di scavo condotte, fin dagli anni Quaranta, dalla Soprintendenza di Agrigento. L’ordinamento, ad un tempo cronologico e topografico, si articola in due sezioni autonome e complementari ove l’esposizione dei reperti è sempre supportata da materiale documentativo.
Sezione I
La città antica di Agrigento ed il suo territorio extraurbano.
Sala 1 topografia della città (documenti) - sala 2 la fase preistorica ed indigena - sala 3 collezioni vascolari - sala 4 sculture architettoniche - sala 5 i santuari delle aree sacre agrigentine - sala 6 documentazione del tempio di Zeus olimpico e ricomposizione della figura del Telamone - sala 7 la città dall’età greca arcaica all’età imperiale romana - sala 8 epigrafi - sala 9 medagliere - sala 10 reperti da edifici pubblici civili di età greca e romana - sala 11 le necropoli greche di Agrigento
Sezione II
Sala 12 I siti del territorio delle provincie di Agrigento e Caltanissetta, dalla preistoria alla fase di ellenizzazione
In età romana (si ritiene comunemente nel I secolo a.C., ma la data del II secolo a.C. appare storicamente più coerente) la cavea venne riempita e fu costruito il cosiddetto Oratorio di Falaride, in realtà un tempietto di tipo romano su alto podio con altare sulla fronte orientale. Il tempietto sorge su un podio sagomato alto 1,57 m, lungo 12,40 m e largo 8,85 m: si trattava di un edificio ionico prostilo tetrastilo (10,90 × 7,40 m) con trabeazione dorica, interamente coperto di stucco dipinto, di cui restano cospicue tracce. In asse col tempio, ma significativamente anche sul diametro centrale del precedente ekklesiastérion e sull’asse della cunetta settentrionale di questo si colloca l’altare del sacello, pure rivestito di stucco dipinto, immediatamente a nord, a margine dell’antico edificio di riunione, e in asse con l’altare del sacello romano, sorge un’esedra semicircolare, con tutt’evidenza destinata ad ospitare una statua.
Il quartiere ellenistico-romano messo in luce in contrada San Nicola è solo una parte dell’abitato dell’antica città, fondamentale per poterne comprendere l’organizzazione urbana. Di esso sono state portate alla luce circa venti abitazioni disposte su terrazzi degradanti e inserite secondo un regolare schema urbanistico in tre isolati (insulae), definiti dall’incrocio delle vie principali est-ovest (decumani) con le strade minori nord-sud (cardines). Tale impianto ricalca quello tracciato tra la fine del VI e l’inizio del V sec. a.C. e gli assi stradali corrispondono rispettivamente alle plateiai e agli stenopoi di età greca; l’odierna Via Passeggiata Archeologica in alcuni tratti sembra riprodurre il percorso delle antiche strade. Su un precedente impianto urbanistico di età tardo arcaica e classica (fine VI-V sec. a.C.) si è sviluppata nel II-I sec. a.C. l’organizzazione delle abitazioni la cui cronologia giunge sino al IV sec. d.C. Le tipologie abitative sono varie, come le case di tipo ellenistico con ampio cortile circondato da colonnato (peristilio) e le case di tipo pompeiano con atrio e vasca centrale per la raccolta dell’acqua piovana. La decorazione interna delle abitazioni è spesso pregevole: intonaci parietali dipinti si accompagnano a un ricco campionario di pavimentazioni a mosaico con elementi geometrici o motivi vegetali e animali. Alle case è stato assegnato un nome convenzionale sulla base della tipologia architettonica, della decorazione interna o degli oggetti in esse rinvenuti (Casa del Peristilio, Casa dell’Atrio in cotto, Casa del Mosaico delle quattro stagioni, Casa della Gazzella, Casa del Maestro astrattista, Casa del Dioniso, Casa dell’Atleta, Casa delle Afroditi). La frequentazione dell’area è proseguita fino al VII sec. d.C. quando, per motivi di sicurezza durante le incursioni arabe, l’abitato si arrocca sul Colle di Girgenti abbandonando la Valle.
Uno dei luoghi più suggestivi storico di Agrigento è la Cattedrale (o Duomo) di San Gerlando. Si trova nel centro storico della città, in cima ad una scalinata. I lavori sulla Cattedrale hanno effettivamente avuto inizio prima dell’anno 1100, su ordine del vescovo Gerlando (che fu poi santificato e adottato come santo patrono della città), ma poi sono state apportate numerose modifiche alla chiesa nel corso degli anni, tanto che ammirando la struttura può essere osservato un certo numero di stili architettonici e artistici diversi tra cui il Normanno, con influenze gotiche, rinascimentali e barocche . La chiesa è affiancata da un campanile incompleto che risale circa al 15° secolo. All’interno della chiesa può essere sperimentato un peculiare fenomeno acustico: se qualcuno sussurra all’ingresso della cattedrale, le parole pronunciate possono essere distintamente ascoltate dall’abside, a livello del presbiterio. Il portico gotico è una delle caratteristiche più impressionanti della cattedrale, così come l’opera “La Tomba di Brandimarte”, realizzato tra gli anni 1500 e 1680. I pochi resti del Santo sono conservati in un reliquiario d’argento all’interno di una cappella all’interno della cattedrale. Diversi affreschi e sculture artisticamente importanti si possono ammirare anche all’interno della Chiesa, così come gli impressionanti soffitti in legno a cassettoni, decorati con motivi reali.
Il centro storico di Agrigento è individuabile sulla sommità occidentale della collina dell’antica Girgenti. Risalente all’età medioevale del IX e XV, conserva ancora oggi vari edifici medioevali (chiese, monasteri, conventi e palazzi nobiliari). Da aprile del 2016 è tornato a chiamarsi ufficialmente Girgenti, toponimo dell’intera città dismesso nel 1927 su volere di Benito Mussolini. Nel centro storico sono custodite rilevanti testimonianze dell’arte arabo-normanna, tra cui in particolare la cattedrale di San Gerlando, il Palazzo Steri sede del seminario, il palazzo vescovile, la Basilica di Santa Maria dei Greci ed il complesso monumentale di Santo Spirito e le porte delle cinta muraria.
La “cascina di Villa Caos”, da casa natale di Luigi Pirandello a museo-biblioteca
La Casa natale di Luigi Pirandello è una costruzione rurale della prima metà del XVIII secolo sita in una contrada tra Agrigento e Porto Empedocle, denominata Caos, a quattro km dal centro abitato cittadino. Il 28 giugno del 1867 nella “cascina di Villa Caos” nacque Luigi Pirandello, da Caterina Ricci Gramitto e Stefano Pirandello, e in questa casa lo scrittore trascorse la sua infanzia e l’adolescenza. L’8 dicembre 1949 la Casa natale viene dichiarata monumento nazionale con D.P.R. n. 1170 e nel 1952 la Regione Siciliana provvedeva al suo acquisto con l’area del pino e la relativa stradella di collegamento. Nel 1961, nel rispetto delle ultime volontà del grande drammaturgo agrigentino, le sue ceneri, alla presenza delle autorità locali, dei familiari, e di illustri personalità del mondo della cultura, sono state raccolte dentro un’urna e murate, in un masso calcarenitico, posto sotto il famosissimo “pino solitario” … “sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti dove nacqui“… E’ una sepoltura semplice. Un cippo di pietra raccolto dalla Rupe Atenea e ritoccato dallo scultore Marino Mazzacurati. Dal 1987 la Casa natale diviene museo della Regione Siciliana costituendo un unico Istituto con la Biblioteca Luigi Pirandello di Agrigento, creata dall’amministrazione regionale con L.r. n. 3 del 17.2.2026 in occasione delle celebrazioni del 50° anniversario della morte di Luigi Pirandello.
CHE TEMPO FARA’


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