FOCUS, PERSONAGGI
Dino Adamesteanu, archeologo di fama internazionale racconta l’antica Grecia in Sicilia
Credo che il nome di Gela mi sia arrivato per la prima volta alle orecchie allorquando là, nella lontana colonia greca di Histria, posta alle foci del Danubio, il mio maestro Lambrino, ben vent’anni fa, mi parlava della potenza di espansione dei ‘greci dell’VIII e del VII secolo a. C. ero allora alle prime armi con la storia antica e cercavo di fare del mio meglio per rendermi conto dell’espansione della civiltà greca lungo le coste del Mediterraneo e del Mar Nero. Ben presto dovetti studiare anche la storia delle colonie greche della Sicilia, che tanto da vicino avevano vissuto la stessa vita di quelle del Mar Nero. E ogni qualvolta studiavo la storia della Sicilia durante il periodo arcaico, incontravo sempre i nomi di Gela e dei suoi tiranni Ippocrate e Gelone. Quasi tutto il periodo di assestamento del mondo antico siceliota era legato a questi nomi, e solo.
Verso i primi anni del V secolo a. C. il controllo della politica siceliota passò sotto l’egida di Siracusa; ma anche qui, almeno all’inizio, sempre sotto un signore gelese: il tiranno Gelone. Erano queste le prime nozioni storiche sulla vita della Sicilia antica che apprendevo anno per anno durante il periodo universitario. Ma verso tutt’altro indirizzo ero condotto, giorno per giorno, dal mio maestro; era il campo puramente archeologico, per la cui conquista era necessaria molta pratica, oltre ad un’attenta lettura, specialmente dei volumi di quell’infaticabile scavatore della Sicilia che fu Paolo Orsi. Verso il 1933-34 dovetti affrontare, con la mia modesta conoscenza della lingua italiana, lo studio del poderoso volume Orsi dedicato ai suoi fortunati scavi di Gela. Da allora in poi la collina mi divenne familiare: Capo Soprano e Orto Pasqualello, Molino a Vento e Costa Zampogna, mi erano ormai nomi assai noti. Erano denominazioni che ricorrevano assai spesso nei miei paragoni con le antichità greche delle foci del Danubio. Da quel momento la storia e l’archeologia gelese mi attirarono sempre più. Ma chi avrebbe mai pensato allora che un giorno avrei potuto non solo passare per Gela da turista, ma rimanervi e dedicare le mie forze alla scoperta di nuovi documenti della gloria mai offuscata di questa colonia greca che, per prima, si spinse più delle altre verso Occidente?
Verso la fine del 1950 fui invitato a prendere parte agli scavi che si stavano effettuando a Siracusa e di lì, ben presto, passai alla direzione degli scavi di Lentini. Mi ero avvicinato a Gela e sentivo sempre più forte il fascino di questa città. Ed ecco che nel Marzo 1951, in occasione della Mostra Archeologica di Gela, sapientemente organizzata dalla Soprintendenza alle Antichità di Agrigento e dall’Associazione Turistica (Pro-Gela), presi contatto diretto non solo con il materiale archeologico trovato a Gela e ben esposto nelle sale della Mostra, ma anche con la collina stessa. Se il materiale si mostrava d’importanza assai più vasta di quanto io potevo immaginare, la collina gelese, presa come in una tenaglia tra il mare ed il verde dei campi Gela, mi colpì talmente che non potei dimenticarla per mesi e mesi. In quei giorni si lavorava alacremente intorno alle maestose fortificazioni di Capo Soprano e si rialzava la colonna del tempio dorico. Erano segni evidenti di quella potenza e splendore che si rispecchiavano nelle vetrine piene di vasi e di terrecotte policrome venute alla luce dal ricco suolo della colonia greca. Per quanto accuratamente avessi studiato la storia, l’arte e la topografia gelese, la realtà mi pareva, nei giorni della Mostra, tutt’altro che facile ad abbracciarsi. Un nuovo mondo archeologico, veramente degno del passato di questa potente città, mi si rivelava minuto per minuto durante i giorni trascorsi a Gela. Se le rocciose balze di Lentini, con la potente muraglia, la splendida decorazione del tempio e l’originale necropoli, mi tenevano legato allo scavo che ivi si svolgeva, Gela, con i suoi tesori d’arte, mi aveva già avvinto. Non vedevo l’ora di potermi mettere al lavoro sulla collina di Gela; e questo tanto sognato momento venne alla metà di Maggio del 1951 quando, sulla cima di San Mauro a Lentini, mi giunse l’invito del Soprintendente alle Antichità di Agrigento, Dott. Pietro Griffo, a partecipare agli scavi di Gela. Se da una parte covavo in me il desiderio di conoscere meglio i tesori d’arte gelese, d’altra avevo la certezza che Gela nascondesse ancora nel sottosuolo altri documenti della storia e altri monumenti di grande valore artistico. E per quanto questa colonia avesse avuto la fortuna di essere studiata nel suo passato da maestri quali Schubrig, Pais e Cultrera, ero pure certo che molte delle lagune della sua storia avrebbero potuto essere colmate con le nuove ricerche. La storia di Gela antica presentava, infatti, un grande hiatus dì oltre quattordici secoli; si riteneva che fra il 280 a. C. e il 1233, la collina fosse stata abbandonata. Mi pareva allora molto strana ed improbabile questa affermazione, ma dovevo controbatteria con argomenti evidenti. Fu così che, dopo giorni e giorni di esplorazioni della collina, ebbi la fortuna di mettere alla luce una villa ellenistico-romana, collocata in riva al mare. Fu questo il punto di partenza e in qualche settimana si ebbe la più lampante prova della vitalità di Gela antica. Da allora in poi una numerosa serie di documenti si è aggiunta alla prima testimonianza che veniva a colmare il grande vuoto. Venne in seguito alla luce una piccola necropoli ellenistica, di gran lunga posteriore alla data della pretesa scomparsa di Gela. Proprio in questi giorni stiamo mettendo in luce una necropoli bizantina, anello sicuro di raccordo tra il mondo romano e quello dell’età di Federico Il lo Svevo. L’archeologia e la storia gelese escono, dopo dodici mesi d’intenso lavoro, con altri titoli di gloria. La storia gelese risulta ora meglio documentata e nella sua trama non vi è più alcuna rottura definitiva. Intanto a Capo Soprano, dalle enormi dune appariva anche il lato Nord della fortificazione. Da questo momento le mura dell’antica Gela prendevano un aspetto di nuova grandiosità: potenza nel costruire, arditezza nel superare gli ostacoli tecnici, astuzia nella sistemazione delle porte e delle torri. Tutto un complesso strategico ben conservato per il quale difficilmente si potrà trovare un confronto nelle città finora scoperte nel mondo mediterraneo.
Se Gela si presenta ora al mondo con questa poderosa fortificazione e con documenti che richiedono una totale revisione della sua storia, non meno importante è il nuovo materiale che il suolo della collina offre in abbondanza per documentare la maestria dei coloni greci nel campo della decorazione architettonica. Come le perle di una collana sono apparse, una dopo l’altra, le tracce di altri edifici sacri. Dal poggetto su cui ora sorge la chiesetta della Madonna dell’Alemanna, Patrona della città, sono venuti alla luce gli elementi decorativi di uno tra i più arcaici templi dell’antica colonia. Chi sa, se sotto le fondazioni della chiesa moderna non si nascondono le fondazioni di quel tempio che guardava verso i campi geloi? La decorazione policroma è talmente viva e ben conservata che può essere considerata fra le migliori prove del gusto artistico dei maestri greci. Verso il poggetto di Madonna dell’Alemanna si saranno diretti gli occhi dei laboriosi greci del VII e VI secolo a. C. come da esso la Madonna protegge campi e città, così allora la ignota divinità del tempio avrà forse protetto tutta la fertile pianura. Sempre verso i campi geloi, nella zona di Molino a Vento, è apparsa un’altra prova del gusto artistico e della prosperità di Gela. Da un piccolo scavo è venuta alla luce non solo la decorazione policroma di un nuovo tempio, ma anche una mirabile documentazione della potenza espressiva con cui i greci di Gela seppero plasmare i mostri che dovevano allontanare gli spiriti del male. Non v’è oggi in Italia e in Grecia una serie di teste di Sileni che possa paragonarsi a quella trovata intorno a questa zona. Un viso alterato da un’interna passione, la bocca socchiusa nello sforzo di mascherare uno spasimo, gli occhi che sporgono per meglio sfruttare la lontananza, fanno di questi Sileni di Gela dei pezzi unici della plastica siceliota, indizio sicuro di ciò che potremo avere ancora dal suolo gelese. Essi formeranno dei caposaldi per una nuova impostazione degli studi sulla coroplastica siceliota del V secolo a. C. e saranno tra i migliori pezzi che il Museo di Gela avrà nelle sue sale. Ma altri mirabili pezzi vengono alla luce un po’ ovunque. Dalla zona del Municipio proviene la bella pittura raffigurante un Sileno carponi che tenta di bere, dal suo lungo bicchiere il buon vino che porta sulle agili spalle nell’otre ben legato al corpo. Anche questo è uno tra i più rari esempi della pittura antica e, contemporaneamente, della maestria e vivacità con cui i greci decoravano anche i piccoli edifici di culto. Menadi plastiche e Sileni dipinti o a tutto tondo sono elementi rarissimi della decorazione architettonica nelle altre colonie siceliote. Gela ha già dato la prova che nel suo sottosuolo si nascondono ancora ben altre opere d’arte.
E quante opere d’arte venute di recente alla luce potrei enumerare! Chi potrà mai immaginare il numero e la bellezza delle statuette provenienti dalla stipe del tempio arcaico nel Parco o delle graziose figurine fittili trovate sul pendio nord o a Carrubbazza? Dalla finissima statuetta di tipo orientale fino alla pesante rappresentazione della donna che offre il porcellino, v’è tutto un mondo in cui vediamo l’arte greca mescolarsi allo spirito indigeno per dar vita ad una nuova arte rappresentata a Gela come in nessun’altra colonia greca. Tutto questo materiale che sta venendo alla luce dovunque che mai può significare se non potenza di creazione e originale gusto artistico nella civiltà gelese?
Che Gela avesse avuto un grande dominio sulla costa meridionale della Sicilia espandendo la sua influenza quasi su tutta l’Isola, lo si sapeva solo dai testi antichi; ma oggi la prova ci viene anche dal materiale che viene alla luce nel suo retroterra: da Butera, da Lavanca Nera, dalla contrada Ficari, da Manfria, dal Monte Desusino, ecc. Sono nomi che fino a ieri nulla ci dicevano; ora sono punti cui dobbiamo rivolgerci per raccogliere altri documenti necessari a dimostrare la potenza di espansione di Gela verso l’interno. I bei vasi funerari di Gela arrivarono a Butera, arrivarono sulla Montagna di Lavanca Nera ed anche, ne siamo sicuri, assai più lontano. Come una marea, la forza dei Greci di Gela si espanse ben presto verso l’interno, livellando la civiltà indigena e trasformandola in civiltà greca, esportando non solo i vasi ma anche i suoi riti. Ciò è evidente nella necropoli di Butera e specialmente nelle centinaia do statuette trovate a Fontana Calda.
Se la città di Butera è presente con elementi decorativi di carattere indigeno, la città di Gela domina con i caratteri fondamentali della sua arte. Anche sulle alture di Manfria un grande monumento in pietra e centinaia di vasi decorati testimoniano lo splendore e l’influsso di Gela nel suo passato.
Non vorrei che fosse considerata esagerata la mia impressione dopo un lavoro di poco più di un anno sulla collina e nel territorio di Gela. Chi guarda da lontano, attraverso i libri, la storia e l’arte di Gela antica, non conoscerà mai la sua grandezza ed il suo splendore se non in minima parte. Chi si avvicina ad essa con il desiderio di comprenderne il passato glorioso, dovrà fare grandi sforzi per giungere ad abbracciarlo compiutamente. E il numero delle testimonianze cresce ogni giorno sotto gli occhi di chi crede di conoscerla a fondo. Gela ha già dato moltissimo, ma darà ancora, ne sono certo, molto di più di quanto possiamo immaginare. Solo chi ha può dare e Gela ha avuto in abbondanza.


Leave a reply